LA MASCHERA TEATRO RITORNA CON...

locandina l'Altare - william jean bertozzo

 

L'Altare

di e con
William Jean Bertozzo

tratto da "Un altare per la madre"
di Ferdinando Camon

______________________________________________

L'ultima fatica della
Compagnia Teatrale La Maschera
rappresentata in anteprima assoluta durante

Estate Teatrale Veronese 2011
Teatro nei cortili

per informazioni tel. 334.8800200


L'Altare

tratto da "Un altare per la madre"
di Ferdinando Camon


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L'Altare

Adattamento e Regia
di William Jean Bertozzo

Teatro nei cortili 2011- Chiostro di S. Eufemia

 

CHI E' FERDINANDO CAMON

«Ferdinando Camon è nato presso Montagnana, in provincia di Padova, nel 1935. In una dozzina di romanzi ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare per la madre), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti).
La sua ultima opera è il romanzo "La mia stirpe" (aprile, 2011), anch'essa pubblicata, come tutti gli altri lavori, da Garzanti. È tradotto in 22 paesi.
"Un altare per la madre" vince nel 1978 la XXXII edizione del Premio Strega.

 

L'OPERA

La parola si fa immagine. Già all'inizio dell'opera prende corpo la visione dell'umile funerale contadino, con quella bara ondeggiante, portata a spalle, lungo una stradina fra i campi, dalla chiesa al cimitero, con le mani dei figli, del marito che toccano quel legno come a voler provare l'illusione di avere un ultimo contatto con la persona defunta. Non c'è nessuna retorica, non ci sono frasi fatte, ma poche misurate parole che hanno il potere di tradurre la lettura in una sequenza di rara efficacia, una scena che potrebbe benissimo comparire in uno dei tanti film del neorealismo italiano del dopoguerra. Ovviamente, c'è molto di più, c'è quel distacco che si cerca di colmare con il ricordo della persona amata, una donna silenziosa, un'ombra nella casa di cui ora si riscoprono le qualità proprie dell'umile. E c'è anche il tentativo di andare oltre la morte, di farla diventare un episodio della vita così come la nascita, in una continuità che non viene meno neppure nel "dopo".
«...Di questo mio essere vivente faceva parte anche mia madre, doveva farne parte per sempre, io vorrei pregarla di smettere di morire, ma forse nella sua morte c'è stato un errore mio, nostro - di noi tutti che le vogliamo bene - e tocca a noi rimediare, richiamarla in vita, non rassegnarci...»
La voce narrante è quella di un figlio che compendia nella figura materna, in un abbraccio ideale, quel mondo contadino da tempo scomparso. L'atmosfera mistica riscatta la polvere delle strade, la miseria di ogni giorno, la fatica di andare avanti per vivere: tutta l'asprezza di un mondo di stenti, in cui religione e superstizione si accavallano, ma in cui anche sentimenti come la solidarietà si esprimono ai massimi livelli.
Toccante è il ricordo della scomparsa, con quell'incapacità del tutto naturale che si ha di avere ben presente il viso in tutti i suoi dettagli. La memoria è nei gesti, nel portamento, nell'atteggiamento quotidiano, mentre quel suo volto tende a sfumare in fotografie che ce lo possono evocare, ma che finiscono solamente con il mostrarci un viso che quasi non riconosciamo più: «il ricordo è personale, quando lo comunichi ad una altro diventa parola, quasi niente.»
Toccante è la raccolta del rame necessario per l'altare, fra coloro che portano i loro paioli per la polenta. C'è chi ne ha due e ne ha ceduto uno, ma c'è anche una famiglia, più povera, che aveva solo quello: il padre non può rifiutare questo estremo atto d'amore e allora ne ritaglia un pezzo da mettere nell'altare, poi utilizza parte di un altro paiolo per aggiustare la striscia che ha tolto, onde restituire, utilizzato per lo scopo, anche se rabberciato, l'indispensabile strumento per la cottura del cibo.
E così l'altare che il padre costruisce fra mille difficoltà, in preda alla febbre, senza nemmeno consumare i pasti, diventa l'emblema del riscatto di una condizione: con il contributo del figlio che, raccontandoci quest'opera quasi titanica, realizza a suo modo un altro altare, fatto di parole.
«E finito che ho di testimoniare questa Sua trasformazione in Altare, ... sento che, raccontandoVi questa storia, ho fatto esattamente la stessa cosa: Le ho costruito un Altare di Parole, secondo l'amore, la cultura e la pietà propri di quel mondo nel quale io sono emigrato».
Alla fine, Camon è capace di commuoverci, ma senza invitare alle lacrime, riuscendo a fare di una vicenda familiare un'opera corale: cosicché quell'altare per la madre finisce con il diventare l'ara in onore e in memoria di una civiltà scomparsa.

INTERPRETI

Interpretato e diretto da
William Jean Bertozzo

Arrangiamenti ed Esecuzioni Musicali
Franco Mastroserio e Flavio Malvezzi

Fonico
Mattia Benedetti Vallenari

Luci
Alessio Bellamoli

Multimedia
Paolo Bertagnoli

Fotografia
Nicola Viviani

Testi
Renzo Montagnoli


 


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