L'Altare
tratto da "Un altare per la madre"
di Ferdinando Camon
DELLE
NOSTRE COMMEDIE TEATRALI PARLIAMO ANCHE SU...
RESTA
INFORMATO!
VUOI RICEVERE INFORMAZIONI SULLE PROSSIME
PRODUZIONI E RAPPRESENTAZIONI DELLA
COMPAGNIA TEATRALE LA MASCHERA?
ALLORA...
MANDA
UNA MAIL, ANCHE VUOTA A
INFO@LAMASCHERATEATRO.COM
|
ABBIAMO
MESSO RECENTEMENTE IN SCENA
FRANKENSTEIN JUNIOR E SGANAREL
CLICCA
QUI PER VISITARE LA PAGINA DI FRANKENSTEIN JUNIOR
CLICCA
QUI PER VISITARE LA PAGINA DI SGANAREL
CLICCA
QUI PER VISITARE
IL VECCHIO SITO DELLA
COMPAGNIA TEATRALE
LA MASCHERA
VALDONEGA - VERONA
CLICCA
QUI INVECE PER VISITARE
LA PAGINA DEL SITO DEDICATA
ALLA PRODUZIONE 2008
FRANKENSTEIN JUNIOR
CLICCA
QUI INVECE PER VISITARE
LA PAGINA DEL SITO DEDICATA
ALLA PRODUZIONE 2007
SGANAREL
|
L'Altare
Adattamento e Regia
di William Jean Bertozzo
Teatro
nei cortili 2011- Chiostro di S. Eufemia
CHI E' FERDINANDO CAMON
«Ferdinando Camon è nato presso Montagnana, in provincia di Padova, nel 1935. In una dozzina
di romanzi ha raccontato la morte della civiltà contadina (Il quinto stato, La vita eterna, Un altare
per la madre), il terrorismo (Occidente, Storia di Sirio), la psicoanalisi (La malattia chiamata uomo, La
donna dei fili), e lo scontro di civiltà, con l'arrivo degli extracomunitari (La Terra è di tutti).
La sua ultima opera è il romanzo "La mia stirpe" (aprile, 2011), anch'essa pubblicata, come tutti
gli altri lavori, da Garzanti. È tradotto in 22 paesi.
"Un altare per la madre" vince nel 1978 la XXXII edizione del Premio Strega.
L'OPERA
La parola si fa immagine. Già all'inizio dell'opera prende corpo la visione dell'umile funerale
contadino, con quella bara ondeggiante, portata a spalle, lungo una stradina fra i campi, dalla
chiesa al cimitero, con le mani dei figli, del marito che toccano quel legno come a voler provare
l'illusione di avere un ultimo contatto con la persona defunta. Non c'è nessuna retorica, non ci
sono frasi fatte, ma poche misurate parole che hanno il potere di tradurre la lettura in una sequenza
di rara efficacia, una scena che potrebbe benissimo comparire in uno dei tanti film del neorealismo
italiano del dopoguerra. Ovviamente, c'è molto di più, c'è quel distacco che si cerca di colmare
con il ricordo della persona amata, una donna silenziosa, un'ombra nella casa di cui ora si riscoprono
le qualità proprie dell'umile. E c'è anche il tentativo di andare oltre la morte, di farla diventare
un episodio della vita così come la nascita, in una continuità che non viene meno neppure nel "dopo".
«...Di questo mio essere vivente faceva parte anche mia madre, doveva farne parte per sempre, io vorrei
pregarla di smettere di morire, ma forse nella sua morte c'è stato un errore mio, nostro - di noi tutti che le
vogliamo bene - e tocca a noi rimediare, richiamarla in vita, non rassegnarci...»
La voce narrante è quella di un figlio che compendia nella figura materna, in un abbraccio
ideale, quel mondo contadino da tempo scomparso. L'atmosfera mistica riscatta la polvere delle
strade, la miseria di ogni giorno, la fatica di andare avanti per vivere: tutta l'asprezza di un mondo
di stenti, in cui religione e superstizione si accavallano, ma in cui anche sentimenti come la
solidarietà si esprimono ai massimi livelli.
Toccante è il ricordo della scomparsa, con quell'incapacità del tutto naturale che si ha di avere
ben presente il viso in tutti i suoi dettagli. La memoria è nei gesti, nel portamento, nell'atteggiamento
quotidiano, mentre quel suo volto tende a sfumare in fotografie che ce lo possono evocare, ma che
finiscono solamente con il mostrarci un viso che quasi non riconosciamo più: «il ricordo è personale,
quando lo comunichi ad una altro diventa parola, quasi niente.»
Toccante è la raccolta del rame necessario per l'altare, fra coloro che portano i loro paioli per
la polenta. C'è chi ne ha due e ne ha ceduto uno, ma c'è anche una famiglia, più povera, che aveva
solo quello: il padre non può rifiutare questo estremo atto d'amore e allora ne ritaglia un pezzo
da mettere nell'altare, poi utilizza parte di un altro paiolo per aggiustare la striscia che ha tolto, onde restituire, utilizzato per lo scopo, anche se rabberciato, l'indispensabile strumento per la
cottura del cibo.
E così l'altare che il padre costruisce fra mille difficoltà, in preda alla febbre, senza nemmeno
consumare i pasti, diventa l'emblema del riscatto di una condizione: con il contributo del figlio
che, raccontandoci quest'opera quasi titanica, realizza a suo modo un altro altare, fatto di parole.
«E finito che ho di testimoniare questa Sua trasformazione in Altare, ... sento che, raccontandoVi questa
storia, ho fatto esattamente la stessa cosa: Le ho costruito un Altare di Parole, secondo l'amore, la cultura
e la pietà propri di quel mondo nel quale io sono emigrato».
Alla fine, Camon è capace di commuoverci, ma senza invitare alle lacrime, riuscendo a fare di
una vicenda familiare un'opera corale: cosicché quell'altare per la madre finisce con il diventare
l'ara in onore e in memoria di una civiltà scomparsa.
INTERPRETI
| Interpretato e diretto da
William Jean Bertozzo
|
Arrangiamenti ed Esecuzioni Musicali
Franco Mastroserio e Flavio Malvezzi
Fonico
Mattia Benedetti Vallenari
Luci
Alessio Bellamoli
Multimedia
Paolo Bertagnoli
Fotografia
Nicola Viviani
Testi
Renzo Montagnoli |
|